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La più bella delle stagioni…

-non ho più nessun cuore…
-vanne a scambiare un altro!
-non ho più soldi
-neanche io…
-va bene, lo finiamo domani…

Per svuotare bisogna avere metodo, ogni cosa, infatti, ha il suo posto.
Quando trovi il coraggio di girarti dall’altra parte, pensi sempre di aver scordato qualcosa. Questo è il pensiero che tormenta.

Se scendo dal treno è l’alimentatore del computer.
Di fronte alla linea b è il biglietto.
Dentro la metro è il cellulare.
A pochi passi da casa, le chiavi.
Di fronte a te, l’impressione che, finalmente, potesse mancare la paura.

svuotare significa ascoltare il passato cantare alle due di notte e ritrovarsi con gli occhi lucidi di memoria.

Una delle maggiori dispute tra me ed il regista fu quella sulla lucidità.
Me lo ricordo quasi perfettamente.
Mi ricordo che eravamo sulla sua centoventisei, di fronte c’era il mare, poi la sicilia.
Prima del mare un tetto, tra la centoventisei e il tetto una ringhiera blu.
Credo che quel posto sia una delle cose a cui sono più affezionato. Ognuno ha dei posti a cui da dei significati.

Sul tetto ci sono pochi miei amici, un po d’amore, tappi di sughero, ci sono anche io da solo.
Ma il tetto è soprattutto il me che ero prima.
Svuotare significa prendere quel tetto e, con una gigantesca gru, piazzarlo in un punto qualsiasi della città. Significa lavarsi i denti dopo aver vomitato un cubo di vita.

La lucidità che difendevo non era la lucidità, che tante volte ho dimenticato in posti che non so nemmeno come si chiamano. La lucidità era la consapevolezza.

Se a diciassette anni avessi avuto un vocabolario più ampio ed un migliore uso della dialettica, probabilmente quella conversazione non sarebbe mai avvenuta. E questo pensiero non mi avrebbe mai tormentato.

-piacere francesco.
-anche io!
-piacere.
-che fai qui a reggio?
-ci sono nato
-si, certo, ma che fai? Lavori, studi?
-lavoro quando posso, quando no, studio.
-che fai?
-prendo per il culo la gente
-interessante, e ti pagano?
-quando mi pagano, mi pagano. altrimenti sono loro a prendermi per il culo.
-succede.
-e tu? che fai?
-io? studio, sono allo scientifico.
-e che vuoi fare da grande?
-l’artista
-ho capito, ma non è una cosa bella.
-perchè?
-come posso dirlo, in pratica, se io prendo per il culo, tu il culo lo prendi direttamente.
-c’è una ragazza che mi piace, e fare l’artista potrebbe servire.
-l’ho sempre saputo, di pietro, sei proprio un coglione.

Significa dirsi la verità, ed ammettere con estrema onestà che ci sono parti di noi che disprezziamo. La verità è che non vorremmo mai e poi mai fare polemica con noi stessi.

Convincere gli altri delle nostre idee è un suicidio, ma convincere noi stessi è praticamente impossibile.
Preghiamo insieme il signore onnipotente, che ci accompagni, nel malcapitato caso in cui ci metteremo a cantare al tempo di una batteria partorita da madre midi.

Svuotare è solamente accettare la nostra evoluzione, la nostra catena elementare.
accettare che la scelta più ovvia, la perdita, è anche la migliore.
un altro gettone, insomma, ed io sarò salvato.

il ragazzino, che nelle tasche non aveva più niente, diede qualche colpetto ai bottoni rossi, controllò che nella fessura non ci fosse qualche rimasuglio e salutò il fedele amico con una pacca sulla fiancata laterale. Poi, con lo zaino in spalla si arrampicò fino alla fermata.
Era arrivato il momento, inevitabile, di tornare a casa.

Listen up!

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“C’è una luce che non se ne andrà mai”

Al minuto 2:07, dopo aver sentito l’ultima “s” della parola “luci”, realizzo che da seduto è molto meglio, o meglio, conveniente.
L’ippotalamo è in sovraccarico, perchè non ha idea di quale sarà la prossima espressione ed è cosi, che a sfidare il tempo, mi ricordo cosa sono.
Se mai mi azzardassi a raccontarvelo, me tapino, lo perderei. Quindi provate solo a immaginare cosa significhi vivere con accanto la malinconia e sulla schiena un montarozzo di gioia.
Poi sorridete, e ascoltate la traccia numero dieci.

“The dreams we have as children”